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Sei cavallo o cavaliere nel tuo lavoro?

Questo nuovo articolo nasce dalla domanda che Enrica mi ha fatto, nei commenti all’articolo “3 regole etiche per proteggere il nostro nocciolo duro professionale”.

Nel suo commento, Enrica mi chiede:

Cosa consigli ad un giovane professionista che con un particolare cliente, o in un nuovo ambiente di lavoro, si ritrova appiattito ad immagine e somiglianza del datore di lavoro / committente?
Professionisti junior come me hanno comunque il diritto di proporre ed imporre (eventualmente) il proprio modo di fare?

È una domanda molto interessante di cui sono grata ad Enrica, perché mi dà la possibilità di coltivare un dialogo con chi mi legge, e di nutrire il confronto su temi che toccano il cuore di tante persone.

È anche un’occasione per condividere pubblicamente alcune riflessioni che sono al centro del percorso di ricerca del proprio “genio nativo” di orientamento professionale e crescita personale dedicati ai liberi professionisti e a tutte le persone che stanno cercando di costruirsi nuovi spazi e risorse lavorative.

Stiamo parlando, molto in sintesi, di:

  • Libertà d’azione versus azione condizionata: quanto ci sentiamo cavalli o cavalieri nel nostro lavoro, cioè: quanto mi sento padrone dei miei movimenti professionali? Quanto sono invece condizionato (da necessità economiche, bisogno di fare esperienza, desiderio di costruirmi una clientela…)?
  • Fonte motivazionale: perché scelgo o meno di fare una certa cosa o stare in una certa situazione?

Seguirò l’immagine del cavallo e del cavaliere per parlare di questi punti, che riflettono bene la dialettica libertà/condizionamento, e userò l’immagine del centauro per tratteggiare un possibile modo per gestirla.

Il cavallo è il simbolo dei nostri istinti, del nostro lato selvaggio, la parte di noi che vuole muoversi libera, senza briglie né condizionamenti, seguendo la propria voglia del momento di andare o di fermarsi, di correre o trottare.

Il cavaliere simboleggia il pensiero, la parte di noi che vede la meta, e guida passo dopo passo il cavallo ad arrivarci, spronandolo e incoraggiandolo a saltare gli ostacoli.

Il cavaliere senza cavallo non esiste.

Il cavallo senza cavaliere non può raggiungere un certo tipo di risultati.

Quindi possiamo capire che la loro integrazione è vitale, e che ci sono cose belle sia nell’essere cavallo, sia nell’essere cavaliere.

Questa consapevolezza ci può essere di aiuto nel valutare appropriatamente sia l’essere liberi che l’essere vincolati, e nel trovare aspetti apprezzabili nell’uno e nell’altro.

Entrambe le condizioni possono infatti avere un senso, uno scopo, un vantaggio.

Riconoscerlo può essere determinante per costruire o rilanciare la nostra motivazione in una certa situazione dove ci sentiamo oggetto di pressioni e condizionamenti.

E allora partono le domande (ormai dovreste saperlo che io rispondo a una domanda con altre domande!).

  • Quali tratti “cavallo” e quali tratti “cavaliere” puoi riconoscere nella situazione professionale che stai considerando, che stai vivendo?

Prendi un foglio, disegna due colonne e scrivili tutti. È importante vederli scritti.

  • In quali tratti questa esperienza professionale ti chiede di lasciarti guidare, ti mette briglie e paraocchi e ti chiede di seguire la direzione indicata senza metterla troppo in discussione?
  • E in quali tratti la situazione lavorativa che stai considerando ti fa sentire cavaliere, in controllo, con le redini in mano?
  • Cosa puoi apprezzare dell’essere cavallo? E cosa dell’essere cavaliere?

Metti un “+” accanto a tutti i tratti “cavallo” e “cavaliere” che, oggi senti di poter apprezzare, di cui riesci a sentire una ricaduta positiva nella tua vita.

  • Quali vantaggi ti offrono le due condizioni? E quali svantaggi?

Prendi un nuovo foglio se hai esaurito il precedente, e dividilo in due colonne. In una colonna scrivi tutti i vantaggi che puoi oggi cogliere nell’essere cavallo, e nell’altra fai lo stesso con l’essere cavaliere.

  • Considera i tratti “cavallo” della situazione che stai osservando: come ti permettono di servire al tuo più ampio progetto di crescita personale e professionale? Quali altri vantaggi ti offre questa esperienza?
  • E come i tratti “cavaliere” stanno contribuendo a costruirti, darti, senso di efficacia personale e autostima? Quali altri vantaggi ti offre questa esperienza?

Queste domande possono aiutarti in una presa di consapevolezza e di responsabilità rispetto alla situazione in cui ti trovi, e permetterti di apprezzare il bello che comunque puoi coglierci.

Vorrei ora invitarti a riflettere sull’immagine del Centauro, che per me è una risorsa chiave nel guardare alla domanda di Enrica.

Il Centauro è infatti simbolo dell’integrazione fra il nostro lato cavallo e il nostro lato cavaliere, l’istinto del cervello paleocorticale, e le funzioni cognitive della neocorteccia.

Da una parte abbiamo quindi la risposta immediata attacco/fuga ad una situazione di discomfort, dall’altra abbiamo la funzione della valutazione della realtà, che ci spinge ad acquisire una visione più ampia della situazione, e frena l’impulso attacco/fuga del sistema limbico (e quindi le reazioni impulsive di rabbia o paura che una situazione ci suscita).

Fra le due, troviamo la funzione integratrice e mediatrice del sentimento, del sentire, che ha sede nel cuore, il cui campo elettromagnetico è molto più potente di quello del cervello e che Stephen Buhner ci ha insegnato essere un vero e proprio organo di percezione e cognizione, l’organo con cui possiamo sentire il mondo e con esso ac-cor-darci.

Nelle pratiche di intelligenza primitiva l’attivazione della nostra capacità di sentire e accordarci, intonarci con quello che ci circonda è infatti la costante, e la base.

Quindi ti chiedo: tu, come ti senti?

Quando un cliente o un interlocutore professionale ti tratta in un certo modo, ti pone certe richieste, ti invita ad andare in una direzione che tu magari spontaneamente non avresti cercato né scelto, come ti senti?

Per poter rispondere, ti invito a farlo non dalla testa, ma dalla tua interezza, attivando la tua intelligenza primitiva, con questi semplici passi:

  • Stirati, e fai tutti i movimenti di cui hai bisogno per ritrovare, ora, il tuo comfort fisico
  • Mentre ti stiri, ascolta il tuo respiro, e segui il piacere del movimento, fino a quando senti che è sufficiente, e che ti senti pienamente presente, in tutto il tuo corpo e il suo movimento interno (respiro e circolazione)
  • Prenditi qualche istante per ascoltare la tua interezza, a occhi chiusi (per attivare più facilmente uno stato di rilassatezza e ascolto) dai piedi alla testa, mettendo un filo di attenzione sulla pianta dei tuoi piedi, e il loro appoggio sulla terra, e ascoltando da dentro il tuo corpo, una parte dopo l’altra, dai piedi verso la sommità del cranio, incluso il volto, le braccia e le mani.
  • Quando senti che “ci sei”, tutto intero, ascolta i suoni intorno a te, e ascolta il suono, anche impercettibile, della tua presenza nello spazio dove sei.
  • Apri dolcemente gli occhi e sdraiati o siediti con calma in un luogo dove puoi stare un po’ tranquillo, e prosegui con la parte seguente di ascolto guidato.

Appoggia dentro di te, a occhi chiusi, la visione e la sensazione di quello che stai facendo con quel certo cliente che mette un po’ in difficoltà la tua centratura professionale e personale.

E ascolta il riverbero dentro di te, della situazione che stai considerando.

  • Quali parti del tuo corpo e del tuo essere si aprono e sorridono?
  • Quali si contraggono e preoccupano?
  • Cosa si illumina?
  • Cosa si incupisce?

Ascolta e valuta.

Io non posso dirti “molla, stacci, fai così, fai cosò”, ma proprio no!

Sei tu che hai tutte le risorse che ti servono per saperti orientare nella vita.

Non chiedere ad altri quello che devi chiedere alla tua intelligenza primitiva!

Segui accuratamente il percorso di domande che ti ho posto e sono certa che troverai le risposte che cerchi – se non le trovi ora, e continui a sentirti confuso o combattuto, abbi fiducia che qualcosa dentro di te si è messo in ascolto, e che presto ti parlerà.

A volte da soli è più difficile: se hai bisogno di guida, supporto e orientamento, sono qui per questo e posso supportarti. Chiedimi un consulto anche via skype e sarò felice di aiutarti.

Poi, passa ad applicare la prima regola etica (trovi le altre nell’articolo “3 regole etiche per proteggere il tuo nocciolo duro professionale”), quella che ti invita a osservare quali opportunità ti apre quella situazione.

  • Se rifiuti questa situazione, avrai più o meno opportunità (di crescita, sviluppo, conoscenza, esperienza…)?
  • E ancora: questa situazione porta vita a te? Porta vita agli altri? Porta vita alla vita?

Con queste parole Maia Cornacchia ci restituisce alla saggezza con cui gli Indiani d’America guardano alle circostanze della vita.

Una volta mappata la risposta della tua intelligenza primitiva in questo modo, non ti resta che abbracciare sinteticamente con la tua attenzione, in uno sguardo “a volo d’uccello”, la situazione che stai considerando, e andare con fiducia e senza troppe pippe nella direzione che ti chiama.

Vai con fiducia, abbandonati al movimento che ti si sta presentando, e ti assicuro che ci troverai sempre e comunque un insegnamento.

Ogni strada che scegliamo ha qualcosa da darci. Il problema, quello che ostacola la nostra fiducia, è che spesso riconosciamo l’apprendimento che una certa situazione ci offre solo dopo averla attraversata fino in fondo. Non riusciamo cioè a intuirlo prima di scegliere! È un po’ una fregatura, ma è anche la bellezza della vita: ci sorprende con insegnamenti imprevisti (e spesso non richiesti!).

Poi: c’è una pratica molto semplice, ma efficace, che propongo nei percorsi individuali con me: è quella della ricerca del nostro Mentore Interno, la nostra parte saggia, più connessa con la nostra intelligenza primitiva, quella voce in grado di confortarci, e guidarci verso il meglio per noi, momento per momento.

Per tutte le persone con cui lavoro, vedo i risultati di questa pratica nella riconquista di una bussola interna che permette alle persone di orientarsi, da soli, di fronte alle difficoltà quotidiane.

Chiedimi di più e ti guiderò in questa semplice pratica di riconnessione con il tuo mentore interno.

Dopo averti risposto con mille domande, posso però condividere con te anche un pezzo della mia esperienza.

Negli anni 2005-2008 dicevo ai miei clienti molti più sì di quanti ne dico oggi.

Avevo quasi 10 anni di meno, ero all’inizio della mia carriera ed avevo una gran voglia di misurare le mie capacità, confrontarmi con situazioni sfidanti in cui potermi conoscere e riconoscere, accumulare casistiche professionali. Ero avida di apprendere tutto quello che potevo sul mondo aziendale da cui mi sentivo in qualche modo attratta, e nel quale sentivo di avere delle risorse da mettere in gioco.

Lavoravo come consulente e formatrice in aziende di ogni tipo, con giornate lavorative che spesso iniziavano alle 7am e finivano alle 9pm.

Guadagnavo all’epoca circa il triplo di quello che guadagno ora al mese.

Arrivavo a casa la sera senza energie, svuotata e abbastanza incazzosa, capace solo di buttarmi sul divano dopo una doccia bollente e sfiorire nel sonno poco dopo.

Passavo le giornate a migliorare l’organizzazione di aziende con una missione che non c’entrava nulla con la mia, in contesti distanti dalla mia filosofia e dai miei valori.

In un’azienda addirittura mi ricordo che, ogni volta che ci andavo, avevo la sensazione che mi stesse venendo una malattia terminale! Giuro, ci ridevamo sopra con l’altro consulente con cui lavoravo lì, ma la sensazione era quella!

E dopo 2 anni e mezzo, al termine di un impegnativo progetto di cambiamento organizzativo, ho improvvisamente sentito che quella strada si era esaurita, non aveva più senso per me starci.

L’avevo scelta così, un po’ per inerzia, un po’ perché mi faceva piacere mettere da parte qualche soldo per i miei viaggi, e la cosa è girata bene per 3 anni e rotti.

Ma in quel momento era chiarissimo che quello che quella strada aveva da darmi, l’aveva dato tutto!

Il frutto era giunto a maturazione: basta! Potevo lasciare andare la mela giù dal ramo.

E ora, stimolata dalla domanda di Enrica, guardo indietro e capisco che in realtà non mi ero persa: quei 3 o 4 anni così apparentemente fuori dal mio centro e dai miei valori, in realtà erano il seme del mio futuro, del mio oggi centrato e pieno, e felice, e connesso.

Con quel lavoro, ho messo da parte i soldi che mi servivano per andare alle Hawaii a fare il training come drum circle facilitator con Arthur Hull, e molte altre formazioni importanti in giro per il mondo, e cambiare per sempre la mia vita: così ho trasformato completamente il mio essere, la mia visione, ho fondato Drum Power e ho iniziato a stravolgere del tutto la mia vita professionale da consulente, arricchendola con tutte le competenze più dianose, più mie, costruendo un anno dopo l’altro la mia vera unicità professionale, il mio nocciolo duro.

Tutto questo per dirvi: non dobbiamo avere troppa paura di perderci, perché tutta la vita è un perdersi, e ritrovarsi (ti piace questa frase? Twittala!)

Ma è delicata la fase della scelta, è lì che dobbiamo ascoltarci il più possibile, e se ci si rivoltano le budella in una certa situazione, abbiamo due possibilità:

  • scegliere di starci, perché vediamo ORA l’apprendimento possibile, e scegliamo di sacrificare consapevolmente qualcosa di noi per prendere quell’apprendimento, quel vantaggio;
  • scegliere di starci comunque, perché ora non vediamo il vantaggio, ma ci sentiamo incapaci al momento di fare altre scelte, e possiamo darci l’intenzione di sentire quando sarà il momento giusto per andarcene. A volte per come siamo, per come è stata la nostra storia fino a questo momento, e per quello che della vita abbiamo capito fino ad oggi, non possiamo far altro che accogliere la condizione in cui ci troviamo con la fiducia che anche in questo potremo comunque ricevere un insegnamento, quando sarà il momento.
  • scegliere di andarcene perché non vediamo nessun tipo di vantaggio, apprendimento o esperienza interessante in arrivo da quella situazione. E quindi perché rimanere?!

Spesso i soldi sono una variabile importante delle nostre scelte professionali, tutti abbiamo bisogno di pagare la spesa e l’affitto o il mutuo alla fine del mese, giusto?

Esatto.

Quindi deve poter far parte del pacchetto di fattori da considerare anche questo aspetto.

È una considerazione che ha a che fare con il nutrimento delle nostre radici, del collegamento con la terra, con la realtà, con questo mondo.

Posso fare a meno, economicamente, di questo lavoro?

Mi costa di più (in termini di sacrificio di ideali, valori, risorse personali) prenderlo, questo lavoro, oppure lasciarlo andare?

Considerare il lato economico di una scelta non significa essere venali o avidi, ma concreti e realistici, in contatto con la terra e le nostre radici.

Ciò detto, scegliere una strada solo ed esclusivamente per soldi, con tutto il nostro essere che si rivolta potrebbe essere una scelta che mette in crisi il nostro benessere profondo.

In questo caso, la chiave è sapere che, in questo momento, per come è la nostra vita ora, per le possibilità che ci siamo finora costruiti, quella è l’unica strada che possiamo scegliere.

Ma affrontare la scelta con questa consapevolezza e con questa presa di responsabilità ci rende cavalieri e non cavalli.

E tu, in cosa ti senti cavaliere, in questa fase della tua vita professionale, e in cosa ti senti cavallo?

Cosa stai guidando consapevolmente verso la piena fioritura della tua vita personale e professionale, e in cosa invece ti senti più guidato e “condizionato”?

Sarò felice di leggere il tuo commento qui sotto, e di rispondere ad ogni tua domanda di approfondimento o chiarimento.

Diana vostra

3 regole etiche per proteggere il nostro nocciolo duro

Ciao a tutti!

Oggi risponderò alla domanda di Alessandra, giovane professionista della filosofia e della ricerca filosofica, che ci riporta a un quesito fondamentale: come mantenere la nostra autenticità e centratura nella relazione con il mercato, con i nostri clienti e con un mondo focalizzato sul fare efficienza, ridurre i costi, avere sempre di più, sempre più velocemente e a meno spesa?

Come riuscire a mantenere uno sguardo che sia autenticamente filosofico quando anche la filosofia si fa capitalisticamente merce di scambio?! Quando, per avere ingaggi bisogna comunque scendere ad un compromesso che sia prestazionale, tarato su fattori quantitativi e se qualitativi nel minor tempo possibile e con i maggiori risultati. Insomma può essere questa davvero una filosofia che si fa degna di se stessa??? Dov’è il senso dell’umano in tutto questo? E come un professionista della cura può contaminarsi con questo mondo scendendo nella concretezza delle cose pur conservando il proprio nocciolo duro, il proprio stile??!

[ Se volete una scorciatoia al contenuto di questo articolo, guardate il meraviglioso sketch note realizzato da Jacopo Sacquegno. ]

Sketch Note di Jacopo Sacquegno

Sketch Note di Jacopo Sacquegno

Cara Alessandra, le tue domande sono i miei stessi interrogatici da 20 anni, e non smetto di testare le mie possibili risposte, in cerca del migliore equilibrio fra me, il mio lavoro, e il mercato.

Condivido la mia esperienza, in modo da poter poi sintetizzare la mia possibile risposta in questa ricerca.

E se volete una scorciatoia sul contenuto , leggete il meraviglioso  intanto vi segnalo lo sketch note di Jacopo Sacquegno, con cui traduce in disegno ed in arte il contenuto di questo articolo

3 mesi dopo la laurea in filosofia, mentre completavo un percorso triennale di formazione professionale come danzamovimentoterapeuta, mi sentivo davanti un radioso futuro da intellettuale disoccupata (mai visto un annuncio con scritto “cerco filosofa disposta ad assunzione a tempo indeterminato”!).

Invece ho trovato subito lavoro come responsabile Comunicazione & Immagine di un’industria metalmeccanica. Sarebbe più corretto dire che il lavoro ha trovato me in effetti (un insieme di coincidenze incredibili mi hanno fatto incontrare il mio futuro datore di lavoro!) e, incuriosita dal mondo industriale, ho accettato, anche per iniziare a costruirmi, a mettermi alla prova, senza pensare più di tanto se fosse quello il campo in cui volevo davvero esprimermi… mi sono fatta portare dalle occasioni della vita, diciamo così!

In generale, in effetti, posso dire che tutto quello che avevo fatto fino a quel momento nella vita fosse nato dalla mia capacità di ascoltare e seguire momento per momento quella che mi sembrava la strada migliore, riuscendo in questo modo a trovarmi sempre al momento giusto nel posto giusto, per fare le conoscenze di cui di volta in volta ho avuto bisogno per portare avanti un progetto di vita di cui ho capito solo dopo, negli anni, il contenuto.

Direi che ho capito solo nell’ultimo anno perché ho fatto tutte le scelte che ho fatto, da quando sono al mondo! L’anno scorso, all’improvviso, il disegno della mia vita si è fatto finalmente chiaro, tutto ha acquisito un senso, ho capito il perché di tanti passi, di tante decisioni. Che visione! È come se tutti i pezzi del mosaico di esperienze e scelte che ho accumulato nel tempo, si fosse improvvisamente assemblato da solo in un grande bellissimo disegno unitario.

Ho capito DOPO quello che avevo fatto PRIMA: guardando indietro ho riconosciuto il disegno della danza invisibile che guidava e orientava i miei passi.

E ho compreso che veramente la mia risorsa chiave è sempre stata la mia capacità di avere chiara la mia intenzione stando però sempre in ascolto del presente: ascoltarmi, al di là di tante elucubrazioni mentali, e orientare le mie scelte attraverso queste tre regole etiche:

  1. Ascoltare quale fra le strade che mi trovavo di volta in volta di fronte, mi apriva più opportunità;
  2. Ascoltare quale strada mi faceva sentire il cuore leggero, tranquillo, sereno, e quale invece mi faceva sentire il cuore complicato, incasinato, pesante, e il pensiero preoccupato e inquieto. Scegliere sempre la prima strada!
  3. Fidarmi di ciò che sentivo, interpretandolo come un segnale che le mie sensazioni positive erano sintomo che la direzione era quella giusta, al di là di quello che io potevo effettivamente valutare consapevolmente e razionalmente, sapendo che probabilmente io potevo comunque avere solo consapevolezza di una piccola parte degli elementi, e che gli altri li avrei scoperti in seguito.

Ascolto, fiducia, capacità di stare nel presente, e in più una chiara intenzione: voler trovare il modo di onorare il più possibile ciò che sono, le cose in cui credo, i miei valori, trovare il modo di essere 100% Diana nella mia vita personale e professionale.

Questa è sempre stata la mia ricetta per orientarmi nella vita e nel lavoro, consapevolmente scelta, costruita e allenata.

Quando ho conosciuto Maia Cornacchia (prima ancora dell’Università, quando ero alla Scuola d’arte drammatica Paolo Grassi, dopo il liceo) mi sono detta: ecco, io voglio fare il suo lavoro, un lavoro che mi permetta di crescere mentre apparecchio occasioni di crescita anche per gli altri.

Ci ho messo parecchi anni per riuscirci, ma non ho mai perso il filo, anche negli anni in cui giravo come una trottola per tutta la Lombardia a fare la consulente organizzativa in aziende di ogni tipo!

Ho sempre interpretato questi anni come necessari a costruire un certo tipo di consapevolezza molto forte dentro di me, facendomi “contaminare”, come dice Alessandra, con il mondo che volevo contribuire a guarire, e quindi conoscendolo molto bene dall’interno, per poter poi offrire il mio aiuto e la mia visione con molta più efficacia, avendone io stessa avuto esperienza diretta.

Io non penso che ci sia un mondo buono e angelico e un mondo cattivo e contaminato.

Penso che il mondo del lavoro di oggi sia il risultato di un certo percorso storico, di cui tutti abbiamo responsabilità.

E se vogliamo contribuire a cambiarlo, dobbiamo conoscerlo, e “contaminarci”, non possiamo cambiare qualcosa che non ci ha toccato, che non abbiamo toccato.

Il mondo del lavoro è dominato da logiche quantitative ma anche qualitative, e ogni azienda è alla costante ricerca del più perfetto mix di questi due approcci, in modo che poi anche io consumatrice quando vado ad acquistare, cibo, vestiti e altro, possa scegliere ciò che mi sembra abbia il rapporto qualità prezzo migliore per le mie tasche e per i miei gusti, e anche per i miei valori.

Non possiamo chiamarci fuori dalla responsabilità che abbiamo come consumatori: quando andiamo a fare la spesa, implicitamente poniamo continuamente alle aziende questa domanda: come puoi ottenere i tuoi risultati nel minor tempo possibile (= con il maggior risparmio possibile, di modo che anche io possa acquistare la tua qualità con un occhio al portafoglio)?

Quante cose Made in Bangladesh o Made in China abbiamo in casa? Quante made in Italy? Quante marcate “Commercio equo”? Quanto siamo attenti a comprare solo prodotti di aziende che hanno una politica di Corporate Social Responsibility e che applicano veramente i principi etici che dichiarano?

Le aziende saranno obbligate a sviluppare la loro intelligenza primitiva (fatta di intelligenza umana, collettiva ed ecosistemica, leggi QUI di più) quando noi inizieremo a comprare guardando l’etichetta, scegliendo prodotti socialmente responsabili, sempre, e accettando di spendere di più, perché la produzione di massa ci ha abituato a spendere poco, a scapito delle microeconomie, delle nicchie produttive locali, che sono state bruciate dal consumo di massa che chiede tanti prodotti, in grande quantità, e a poco prezzo.

Ciò detto, noi professionisti con un certo taglio abbiamo il dovere di non rinunciare al nostro “nocciolo duro” (bella metafora! Il nocciolo è anche un seme), al nostro stile centrato sulla persona, sull’umano, sui valori. (ti piace questa frase? Twittala cliccando qui!)

È questo che ci può distinguere, dal mare di consulenti squalo e dai professionisti dei numeri.

Come riuscirci?

Anzitutto partiamo dal presupposto che chi ci sceglie come consulenti, ci sceglie proprio per la nostra diversità, per la qualità che, magari anche inconsciamente, percepiscono nella nostra proposta, nel modo di comunicare, nelle sfumature del nostro modo di porci.

Se invece vogliamo proporci a qualcuno che ancora non ci conosce, secondo me il percorso è sempre quello indicato nell’articolo “3 domande + 7 passi per il tuo lavoro”, cioè:

1. Conoscere il cuore del cuore di ciò che sono, e che voglio portare nel mondo: in pratica, identificare da dove vengo (la mia storia, le mie competenze cuore), dove sono (i miei valori, il mio essere oggi, punti di forza e aree di miglioramento) e dove voglio andare (aspirazioni, intenzioni, rischi e opportunità del mercato).

Questo è il fondamentale e inevitabile lavoro di orientamento personale e ricerca del proprio talento, che io chiamo “genio nativo”, cioè quel mix di competenze, predisposizioni e desideri che costituiscono la mia unicità, e che è il cuore della mia persona. Su questo ho costruito un percorso di facilitazione e orientamento professionale ad hoc, per liberi professionisti e persone in cerca del proprio sviluppo professionale: spesso il punto che blocca sul nascere la nostra possibilità di realizzazione professionale è proprio non sapere chi sono, quale è la mia vocazione, quali sono le mie competenze cuore. Senza saperlo, non si va con efficacia da nessuna parte.

2. Stabilire a quali persone può interessare tutto ciò: quale è il mio target? Quale è il terreno più giusto ove piantare il mio seme? Chi può apprezzare la mia unicità, e nel tempo nutrirla e farla crescere? Quali sono gli interlocutori più propensi ad ascoltarmi? Chi ha bisogno della mia unicità, a chi posso rendere un servizio di grande utilità? Quale è la mia tribù, che risuona con i miei valori? Chi risuona con i miei sogni e i miei desideri?

Questo è il secondo punto inevitabile: chiarificare a chi voglio rivolgermi, identificare quelle nicchie di mercato che hanno bisogni e preoccupazioni che io posso contribuire a risolvere o aiutare ad affrontare. La cosiddetta “segmentazione del target” è il passo che ti permette di andare a fondo dei bisogni dei tuoi potenziali clienti, ed è anche il momento in cui, consapevolmente, scegliere a chi NON rivolgersi.

Questa capacità di selezionare i propri clienti è fondamentale: quanto più ci rivolgiamo ad una nicchia specifica di utenti, tanto più ci diamo la possibilità di essere autentici e centrati, non va bene pensare di andare bene a tutti: così saremo costretti a tagliare qualcuno dei nostri rami, a forzare il nostro essere in una forma che lo distorce anziché onorarlo – e non è quello che vogliamo.

Vogliamo trovare il giardino con lo spazio giusto per la nostra crescita, per la nostra espressione, e le persone più in grado di apprezzare il profumo dei nostri fiori, e gustare i nostri frutti. (ti piace questa frase? Twittala cliccando qui!)

Un melo non sta bene dappertutto: è felice in Alto Adige, ma cresce con difficoltà in Sicilia.

Se fossi un melo, vorrei essere piantato in Alto Adige e non in Sicilia.

Il problema è che spesso invece, per paura della carestia, vogliamo piantare meli dal Polo Nord al Polo Sud.

Ed ecco 7 domande per vincere la paura della carestia, che ci toglie libertà e centratura nella nostra relazione con il mercato:

  • Quanto abbiamo paura della carestia?
  • Quanto questa paura ci condiziona, e ci toglie fiducia nel movimento della vita?
  • Quanto sono capace di fidarmi che la vita è generosa, e che se io la ascolto e la seguo, avrò sempre ciò di cui ho bisogno?
  • Quanto credo nel “chiedi e ti sarà dato”?
  • Quanto realmente credo che posso avere ciò che desidero?
  • Quale è il prezzo che paghiamo perché non osiamo neppure sperare che i nostri desideri si avverino, e quindi non formuliamo una chiara richiesta di realizzazione neppure a noi stessi?

Se non sappiamo ciò che desideriamo, neppure la vita può saperlo, e di conseguenza come può aiutarci a realizzarci nel nostro cammino personale e professionale?

3. Costruire il ponte fra la mia unicità e la mia tribù, la mia nicchia, il mio cliente ideale (chiamatelo come preferite!). Trovare le parole più adatte per comunicare il cuore del cuore di ciò che sono e voglio portare nel mondo, in modo che le persone che voglio impattare mi conoscano, e mi scelgano.

Questa è la delicata fase della costruzione della nostra struttura di comunicazione, per sapere a quella fetta di mondo che ho scelto come il mio “cliente ideale” che esisto, e che ho qualcosa che per lui potrebbe essere importante, per aiutarlo ad affrontare le sue sfide quotidiane.

Si tratta di scegliere i contenuti cuore della mia comunicazione, organizzarli, scegliere le parole, le immagini, i colori e lo stile più adatto a sostenere il mio progetto professionale in modo che rifletta il mio progetto personale di vita.

È la fase della costruzione del proprio “brand”, la propria identità professionale e tutto il contenuto di cuore e di pensiero che la caratterizza.

Partire dal sincero desiderio di offrire un servizio per le persone e i contesti che sappiamo possono più avere bisogno di me e di come sono, è il punto di partenza per la costruzione di una comunicazione efficace, che farà riferimento proprio ai bisogni, ai desideri e alle preoccupazioni della nostra nicchia.

Occuparci della nostra comunicazione è fondamentale per noi liberi professionisti e troppo spesso vedo che invece è il lato più trascurato.

Come fa il mondo a venire a noi, se prima noi non andiamo al mondo? (ti piace questa frase? Twittala cliccando qui!)

Non possiamo lamentarci che lavoriamo poco o che abbiamo clienti inadatti al nostro potenziale e alle nostre aspirazioni, se non abbiamo attraversato anima e cuore le tre tappe qui sopra.

Sono queste tre tappe a darmi anche una struttura con cui proteggere il mio “nocciolo duro”, perché l’avrò riconosciuto, avrò imparato ad apprezzarlo, e avrò pianificato a chi portarlo, per garantire che il mio nocciolo-seme abbia le migliori chance di attecchimento e generazione di nuove risorse, per me e per i terreni dove verrà piantato.

E tu, quale è il tuo nocciolo duro, quell’insieme di tratti distintivi d’identità e valori che vuoi onorare con il tuo lavoro? E come lo stai onorando?

Cosa puoi fare per onorarlo ancora di più, e darti le migliori opportunità di crescita umana e professionale?

Mi piacerebbe leggere il tuo commento qui sotto (si chiede l’email, ma non comparirà! È solo per evitare spamming), per scambiare risorse e strategie con tante altre persone che stanno vivendo questi stessi dubbi.

Buona coltivazione dei vostri noccioli duri, in ascolto del nocciolo ma anche del terreno migliore perché si trasformi in seme.

Diana vostra

nocciolo duro www

3 domande + 7 passi per il tuo lavoro

Con questo nuovo articolo mi dedico a rispondere alla domanda che mi ha inviato Roberta, in occasione del webinar di orientamento professionale che ho tenuto il 12 Gennaio 2015.

Ho scelto per oggi la domanda di Roberta perché riflette i dubbi e la confusione che incontro più spesso nelle persone che mi chiedono aiuto e consulenze individuali.

Ma quello che dirò in questo articolo si adatta a chiunque è in cerca di spunti per capire in quale direzione orientare i propri sforzi di realizzazione personale e professionale, a chi si sta muovendo in modo incerto o confuso nel mondo del lavoro, senza un intento preciso e senza una strategia.

Roberta ha un sacco di talenti e di passioni, ma fatica a trasformarli in un’azione professionale organica, sviluppata, solida e comunicata in modo attraente – ecco come si descrive:

L’interesse c’è, ma c’è confusione, da un anno mi sono licenziata e ora sono conduttrice di laboratori di circo sociale e teatro comico.
Accanto a questo c’è la parte artistica, ancora un po’ poco sviluppata e su cui vorrei lavorare di più per finire spettacoli e promuoverli.
Ti possono essere d’aiuto queste informazioni?
Grazie, Roberta.

La domanda di Roberta mi ha portato a disegnare le tre bolle colorate dell’immagine in evidenza qui sopra, all’inizio dell’articolo, nel tentativo di dare una struttura alla mia risposta e nell’intento di guidare tutte le persone “professionalmente confuse” a trovare chiarezza e orientare i propri slanci professionali in modo coerente con la propria natura.

Ogni bolla esprime una di quelle che secondo me sono le 3 domande chiave che ci aiutano a individuare il nostro “lavoro ideale”, cioè quello più adatto a noi, capace di renderci felici e soddisfatti, quello che ogni mattina non vediamo l’ora di intraprendere, nel quale mettere in gioco il cuore del cuore di ciò che siamo e che amiamo.

Un lavoro da cui non essere costretti a desiderare di evadere quando finalmente si avvicina la fine della giornata lavorativa.

Un lavoro da cui non abbiamo necessità di scappare quando arriva l’estate.

Ecco, per me è questo il mio lavoro ideale: quello che non mi peserebbe fare neppure in vacanza!

Ecco le tre domande, su cui ti invito a riflettere, e sulle quali vorrei tu invitassi la tua intelligenza primitiva, la tua naturale capacità di orientamento e scelta, a manifestarsi dandoti informazioni e ispirazioni.

1)   Cosa ti piace?

Cioè: cosa ti accende? Cosa ti illumina gli occhi? Cosa ti fa aprire il cuore, quando ci pensi? Cosa ti attiva, ti rende vitale e pieno di energia? Cosa non ti stanca, anzi, ti rigenera, quando ti ci dedichi? Quali sono le tue passioni?

Devi partire da qui, perché è in queste risposte che trovi in quali situazioni tu sei presente 100%, testa-cuore-pancia.

2)   Cosa sei bravo a fare?

Cosa ti viene bene al primo colpo? Cosa ti viene facile? Cosa impari subito senza difficoltà? Per quali attività da sempre ti senti naturalmente portato? Per quali competenze le altre persone già si rivolgono a te?

È proprio in ciò che ci viene facile, e bene, e che ci fa sentire bene, che risiede il nostro talento naturale, il nostro genio nativo (ti piace? twittalo cliccando qui!) quel mix di capacità e attitudini che ti rende unico, e che, riconosciuto e valorizzato, ti permette di essere bravo in quello che fai.

Quando portiamo nel nostro lavoro i nostri talenti e il nostro genio nativo, non solo non ci stanchiamo mentre lavoriamo, ma ci ricarichiamo! Questo è l’effetto del fare ciò per cui siamo stati “progettati”, onorando quei colori che solo noi abbiamo per contribuire al grande dipinto del mondo.

3)   Chi ti paga?

Cioè: chi sarebbe disposto a pagarti per qualcuna delle cose che sai o che sai fare? Può essere anche una ristretta nicchia di persone, ma per trasformare una passione in reddito, ci vuole qualcuno che ha bisogno di quello che tu sei e che hai da offrire.

Se no le tue passioni e le cose che fai bene possono tranquillamente rimanere nell’ambito dell’hobby e del tempo libero.

Quindi con questa domanda tu hai la possibilità di scegliere, fra tutte le cose che ami e che sei bravo a fare, quelle che sposano i bisogni di una specifica nicchia di mercato.

È nell’area di intersezione fra queste tre bolle che si gioca la tua area di investimento professionale.


 Mi piace

+

Mi viene bene

+

Qualcuno mi paga per farlo

=

lavoro ideale!


A Roberta e a tutte le persone un po’ incerte sulla strada da percorrere, e desiderose di dare una forma efficace al proprio lavoro, risponderei dunque con queste tre domande, preliminari a un lavoro approfondito in più passi, che è poi il mio programma Genio Nativo.

Sintetizzo quindi per tutti i successivi passi necessari a traghettare dalla confusione professionale alla chiarezza di idee e alla pianificazione strategica della propria realizzazione professionale:

1. A partire dalle domande 1 e 2 qui sopra, dalla ricostruzione della timeline della propria storia, e dalla mappatura di tutto ciò che hai e sei ora (Mappa del sè arboreo) costruiremo insieme la mappa completa delle tue competenze (ciò che sai, ciò che sai fare, ciò che sei), delle risorse che hai a disposizione ora (tempo, soldi, network), dei tuoi desideri (aree preferite di attività, aspirazioni professionali, stile di vita, obiettivi economici).

2. Mappatura della Tribù, cioè identificazione della tua nicchia di clienti potenziali, le persone che possono essere interessate a seguirti, diffondere la voce su di te, acquistare i tuoi prodotti o servizi. La mappatura include l’analisi completa delle caratterisctiche della tua Tribù: caratteristiche, bisogni, desideri, frustrazioni, paure, stile di vita, luoghi virtuali dove si confrontano e scambiano opinioni.

3. Costruzione del tuo prodotto o servizio, a partire da quanto mappato al punto 2, cioè modellando le caratteristiche di ciò che hai da offrire sui bisogni delle persone a cui vorresti vendere ciò che fai. Questa è la fase più critica e delicata, dove è fondamentale decentrarsi ed entrare realmente nei bisogni e nel cuore delle persone cui vogliamo rivolgerci, per disegnare il prodotto o il servizio che più cor-risponda alle loro necessità.

4. Analisi approfondita della tua idea di business, per permetterti di valutare la concretezza e la validità della tua idea professionale, in relazione al tipo di nicchia che hai scelto come gruppo di potenziali clienti. In questa fase si mette a punto la tua idea e si crea la strategia di comunicazione con cui far conoscere al mondo che esisti e che hai una cosa meravigliosa da offrire a un certo tipo di persone.

5. Costruzione della comunicazione del tuo prodotto o servizIo: è il momento in cui trasfondere tutto ciò che sai sui bisogni e sui sogni della tua nicchia di potenziali clienti, in parole e contenuti. E’ anche il momento in cui scegliere quali mezzi di comunicazione sono i più adatti per te e per il tuo progetto professionale. Un blog? Un sito web? Una pagina Facebook? Non ci sono risposte univoche per tutti. Ogni persona, e ogni prodotto o servizio, devono essere valutati approfonditamente per evitare di perdere tempo in azioni inutili rispetto al risultato che ci si prefigge.

6. Costruzione del lancio del tuo progetto professionale: attraverso una serie di passi progressivi, si crea un percorso di azioni di marketing e comunicazione che creano aspettativa e desiderio di saperne di più nella nicchia di clienti potenziali a cui vuoi rivolgerti. Anche questa è una fase delicata che richiede pianificazione e cura.

7. Lancio, creazione e mantenimento della tua tribù, monitoraggio dei risultati, miglioramento continuo della tua comunicazione e del tuo prodotto o servizio: attraverso la costruzione di un piano strategico di mantenimento del tuo progetto professionale, garantirai un futuro al tuo lavoro, e un apliamento progressivo delle persone toccate dal tuo messaggio, dal tuo valore, generando via via sempre più risonanza e coinvolgimento della tua tribù.

La cosa veramente forte del processo qui sopra, è che si può adattare a qualunque tipo di progetto professionale, da un negozio virtuale su Etsy, alla consulenza filosofica, al negozio di ferramenta sotto casa.

E’ un percorso di business development e personal branding fondamentale per qualunque idea professionale che voglia avere un futuro, e solide gambe per andarci. vi racconterò di più su ciascuna di queste tappe nei prossimi articoli.

Si tratta di costruire la vostra identità professionale, dandole un’immagine che sia coerente con quello che siete e con l’onda che volete generare nel mondo intorno a voi.

Se qualcuno vi dice IKEA, cosa pensate? Cosa sentite? Ecco, quello che pensate e che sentite, le immagini, i profumi, i valori che vi vengono in mente, è il risultato del processo di costruzione del brand che Ikea ha fatto su di sè.

Questo è il vostro brand: la vostra identità professionale. I vostri colori, la vostra forza, i vostri valori. (ti piace? twittalo cliccando qui!)


Un’altra domanda cruciale, che purtroppo nessuno ci fa mai è questa: che persona vuoi essere?

Sin da bambini ci chiedono: “che lavoro vuoi fare da grande?”. Siamo una repubblica basata sul lavoro, e forse per questo c’è un così forte stress su questa domanda, ma secondo me viene anche da una routine superficiale, da un’inerzia sociale che mette l’accento più sul fare che sull’essere.

Ma non sarebbe molto più utile per la felicità delle persone, domandarsi: “che persona vuoi diventare da grande?”. (ti piace? twittalo cliccando qui!)

  • Che genere di persona vuoi essere? Di quali valori vuoi farti portatore?
  • Quale colore vuoi irradiare intorno a te?
  • Quali risonanze vuoi generare negli ambienti e con le persone che frequenti?
  • Che tipo di persone vorresti avere intorno a te, da mattina a sera?
  • Per cosa vorresti che il mondo o le persone che ami ti ricordino, dopo che te ne sarai andato?
  • Che stile di vita vuoi avere?
  • Cosa vuoi fare da mattina a sera, o giù di lì?

Sono queste le domande che ci fanno guardare al lavoro come all’opportunità che esso sostenga e supporti il nostro orizzonte di vita, anziché eroderlo e mangiarlo, giorno dopo giorno.

Quanti di voi tornano a casa la sera dal lavoro e sono sfiancati, non tanto fisicamente magari, ma proprio energeticamente impoveriti, incapaci di fare altro che buttarsi sul divano a guardare la tele o su internet a consumare contenuti passivamente?

Possiamo considerare questo come il sintomo che il vostro lavoro esaurisce le vostre risorse di vita?

Il nostro lavoro dovrebbe caricarci e farci stare bene, non esaurirci. (ti piace? twittalo cliccando qui!)

Vi consiglio fortemente di guardare questo video, che vi lascerà con una voglia pazzesca di andare alla carica della vita!

Lo so, non c’entra nulla con il mondo in cui viviamo, ma voglio che lo guardiate prima, e che poi torniate qui a rispondere a questa domanda: quando mai noi abbiamo tutta quella energia?! Cosa fanno queste persone da mattina a sera per avere tutta quella forza vitale?

Ve lo dico io: fanno quello per cui sono nati. Vivono il loro progetto originario.

Vivono in modo da onorare quel bagaglio di possibilità per cui il loro corpo, il loro cuore e la loro testa sono stati progettati, in 4 milioni di anni di evoluzione a stretto contatto con la natura e con un villaggio umano capace di sostenere e coltivare tutto ciò.

Se cercate di scavare una buca con una forchetta, secondo voi state usando la forchetta per ciò per cui è stata progettata?

E se cercate di mangiare gli spaghetti con un badile?

Ecco, noi spesso facciamo di noi stessi esattamente la stessa cosa: facciamo di noi qualcosa che è assolutamente estraneo alla nostra natura.

E lo facciamo perché nessuno ci ha insegnato a conoscere la nostra natura!

La scuola non ci insegna a conoscerci, a onorarci e a valorizzare la nostra unicità (almeno, non tutti i tipi di scuole. Le scuole che adottano la pedagogia Waldorf sono invece focalizzate proprio sul riconoscimento del talento e sul sostegno del suo sviluppo).

La famiglia spesso non ha le competenze per orientarci: spesso sono i nostri stessi genitori a insegnarci che il lavoro serve solo per portare a casa lo stipendio, perché anche a loro nessuno a insegnato come sia possibile portare tutto il proprio essere nel lavoro, e usarlo a sostegno della vita, e non solo dal punto di vista economico.

Per questo, il primo passo verso la costruzione di un lavoro su misura per noi, è conoscere la nostra natura profonda, il “conosci te stesso” di socratica memoria, lavorare sul chi siamo, quali passioni, competenze e predisposizioni possediamo.

Spesso non è facile fare questo lavoro di riconoscimento da soli: siamo troppo vincolati e condizionati da quello che nel tempo ci hanno detto gli altri (maestri, genitori, insegnanti, amici, parenti…) o da quello di cui ci siamo convinti di noi stessi.

Ci tagliamo le gambe da soli, ci impediamo di venire alternative alla routine che nel tempo si è solidificata.

Nei prossimi articoli cercherò quindi di darti qualcuno degli strumenti che uso nei percorsi individuali di consulenza e orientamento, per permetterti di iniziare a lavorare su di te, subito, per riconoscere la tua natura, il tuo progetto originario e gradualmente farti aiutare da lui a trovare quella felicità professionale che completa la nostra vita personale.

Ma  hai già qualche domanda in questo articolo su cui iniziare a lavorare!

Ti consiglio di iniziare proprio da queste, che richiamo e articolo di seguito, seguendo le indicazioni di questa pratica primitiva:

  • Ritagliati un tempo solo tuo, in cui sei a casa o (meglio ancora!) in natura in un luogo che ami, tranquillo.
  • Regola le luci come ti piace, se vuoi puoi anche mettere una musica delicata di sottofondo, ma il silenzio è più neutro e ti permette una migliore concentrazione.
  • Poi fai un po’ di stretching: stirare il tuo corpo e sentirti in pieno comfort fisico è FONDAMENTALE per iniziare a richiamare la tua intelligenza primitiva, che si radica nel corpo e si attiva attraverso la tua intenzione di ascoltarla! Quindi: fai tutti i movimenti di cui hai bisogno per sentirti in pieno comfort fisico, presente, sciolto e attivo. Ricordati che corpo e mente sono strettamente connessi e un corpo contratto equivale a una mente e una capacità di pensiero contratti.
  • Quando hai fatto, trova una posizione comoda sdraiato o seduto (sul divano, per terra, su una poltrona… come preferisci!).
  • Ascolta il tuo respiro e stai qualche istante in questo ascolto del tuo respiro, senza modificare nulla.
  • Metti una mano sul cuore e un’altra sul basso ventre (l’utero per le donne). Ascolta il tuo respiro viaggiare fra questi due centri, mentre solleva e abbassa le tue mani. Stai qualche istante in questo ascolto.
  • Quindi appoggia in questo spazio di ascolto corporeo le seguenti domande, una dopo l’altra:

o   Cosa ti piace? Cosa ti accende? Cosa ti fa sentire leggero, luminoso, aperto?

o   Cosa ti viene particolarmente bene? Quali attività ti riescono facili, veloci, senza fatica?

o   Per quali tue capacità vieni riconosciuto spesso dagli altri? Per cosa la gente si rivolge a te, chiedendoti aiuto o supporto?

o   Da piccolo, cosa ti piaceva fare? per cosa ti dicevano che eri portato?

o   Ora prova a guardarti da fuori, e osserva: quale colore senti di irradiare intorno a te? Che tipo di “energia” porti con le persone e negli ambienti che frequenti?

o   Di quali valori ti vuoi sentire portatore?

o   Come la tua attuale vita personale e professionale riflette questi valori, e ciò che per te è importante nella vita?

o   C’è qualche modo in cui la tua vita e il tuo lavoro potrebbero esprimere ancora di più questi valori?

o   Il tuo lavoro ti permette di sentirti te stesso 100%?

o   Prova a immaginare la tua giornata lavorativa ideale: cosa fai il mattino? Dove mangi? E il pomeriggio, cosa fai? Quali persone ti circondano? Che tipo di scambio hai con loro? Come ti senti durante la giornata? E a fine giornata? E alla fine della settimana lavorativa? Per quale sogno stai lavorando? Per quale visione di te e del mondo?

o   In che modo con il tuo lavoro contribuisci a rendere la tua vita migliore?

o   Il tuo lavoro, oggi, ti permette di portare vita a te, vita agli altri, e vita alla vita? (ti piace? twitta questa domanda cliccando qui!)

È proprio con quest’ultima domanda, che ho imparato lavorando con la mia mentore Maia Cornacchia, che ti saluterò.

Penso che sia una domanda importantissima, alla luce della quale osservare non solo il nostro lavoro, ma tante attività e scelte che ogni giorno ci coinvolgono.

Dimmi nei commenti qui sotto se c’è qualcosa che puoi fare, da subito, per far sì che il tuo lavoro porti vita a te, e vita agli altri, e vita alla VITA.

Aspetto di leggerti!

Tua Diana

Ascolto e orientamento professionale

Buongiorno a tutti!

In questo articolo risponderò a una domanda che ho ricevuto da Daniela, una delle persone che hanno partecipato al webinar gratuito di orientamento professionale del 12 gennaio, in diretta web, di cui trovate una replica QUI.

Ecco la domanda di Daniela:

La multinazionale per cui lavoro ha aperto una procedura di mobilità per cui a 48 anni devo reinventarmi è trovare un altro posto.
Visto che dovrò lavorare ancora 20 anni la voglio vedere come la seconda parte della mia vita lavorativa 🙂
Meglio puntare sulle esperienze già fatte o investire su dei corsi e partire da zero seguendo le proprie passioni?
Grazie
Daniela

Cara Daniela, penso che la domanda che poni interessi a molte persone, non solo che hanno perso il proprio lavoro, ma anche a chi ce l’ha ma non è tanto soddisfatto, e a chi è appena uscito dalla scuola o dall’università o da qualunque altro tipo di percorso formativo e vuole capire come e dove orientare la propria crescita.

Ho scelto quindi di rispondere per prima alla tua domanda, perché racchiude dei tratti comuni anche ad altre domande che ho ricevuto da altri iscritti al webinar del 12 Gennaio su “Coaching, counselling eccetera”).

Nel modo in cui mi porgi il tuo quesito io colgo questi tratti:

–        grande momento di cambiamento nella tua vita: un cambiamento esterno non programmato e non sotto il tuo controllo (l’azienda che apre la mobilità), genera la necessità di un cambiamento interno (perdita delle certezze precedenti, uscita dall’area di comfort – ma anche d’inerzia, necessità di reinventarsi una nuova situazione)

–        sensazione di opportunità: questa è la cosa bella che stai facendo: anziché abbatterti, vuoi capire come usare questa trasformazione obbligata per ricavarne anche più felicità professionale, e affrontare con questo spirito aperto e positivo la “seconda parte della tua vita lavorativa”. Bene! Il modo in cui ci si vede nei momenti di passaggio influenza decisamente il risultato (sia in positivo sia in negativo).

–        Dubbio sulla forma da dare alla propria nuova impresa di ri-costruzione professionale: continuità o discontinuità con il passato? Dal modo in cui poni la domanda, deduco che nella prima parte della tua vita lavorativa forse le tue passioni non erano al centro della tua professione, e quindi ti domandi se ora puoi invece sperare di investire lì dove batte il cuore.

Dimmi se vedo giusto: le alternative che ti poni sono:

1)     continuità: cerco un nuovo lavoro nello stesso ambito in cui ho lavorato finora

2)     discontinuità: costruisco un nuovo lavoro tutto mio a partire dalle mie passioni, andando a cercarmi eventuali formazioni mancanti che mi possono aiutare in questo percorso.

Se è così, e spero di aver interpretato correttamente la formulazione della tua domanda, mi viene da proporti quella che per me è una parola chiave, ogni volta che devo fare scelte importanti, capire cosa fare, in che direzione muovermi, quali risorse attivare: ASCOLTO.

Quindi: quello che ti proporrò nel proseguo di questa risposta, è questo percorso di ascolto:

1)     Ascoltare il passato alla luce del futuro

2)     Ascoltare la tua visione ideale

3)     Ascoltare chi sei e cosa hai

4)     Attivare la fiducia.

Premessa importante: io so che tu dentro di te hai già tutte le informazioni di cui hai bisogno per orientarti e fare la scelta migliore, basta solo che ti dai lo spazio, il tempo e l’ascolto necessario per sintonizzarti sulla tua naturale capacità di orientarti e agire (che io chiamo appunto intelligenza primitiva!), e attivare la fiducia.

Come dice la mia mentore Maia Cornacchia: “Abbiamo già tutto ciò di cui abbiamo bisogno per essere felici, basta solo ricordarcene e riconquistare la fiducia!”.

1)     Ascoltare il passato alla luce del futuro.

In questa prima fase ci focalizziamo sul riattivare la tua intelligenza primitiva per darti input su quello che professionalmente hai fatto finora.

Se non sai cosa è l’intelligenza primitiva, vai QUI: http://bit.ly/intelligenza-primitiva–cosa-e scopri di più!

Per riattivare la nostra intelligenza primitiva, dobbiamo costruire il setting adatto.

Ecco i miei suggerimenti per la costruzione di un setting ideale per questo proposito:

–        Se ti è possibile, vai in un luogo naturale che ti piace: un parchetto vicino a casa, una fontana, un bosco, una strada di campagna, una passeggiata in montagna o al mare. Prenditi del tempo! Devi affrontare domande importanti, che meritano il tuo pensiero e la tua dedizione anche nel prepararti a trovare le migliori risposte.

–        Se non ti è possibile andare in natura, scegli un luogo accogliente della tua casa: regola la luce in modo che sia piacevole, se ti fa piacere spargi qualche goccia della tua essenza preferita nel diffusore (sconsiglio i bastoncini d’incenso perché le polveri sono dannose per il respiro).

Una volta arrivata in questo luogo che ti fa sentire bene (in natura o a casa), e connessa con la natura, stirati un po’, riattiva dolcemente il tuo corpo con piccoli e dolci movimenti, anche piccoli di stiramento o automassaggio.

Così è come se dicessi al corpo: ehi, sono qui, vedi che ti ascolto, adesso puoi parlarmi.

Poi prenditi qualche minuto per sederti tranquilla, in una posizione comoda, e ascolta i suoni intorno a te. Quelli più piacevoli ma anche quelli più fastidiosi.

Ascolta i suoi dal più lontano al più vicino. I suoni davanti a te, i suoni dietro a te, i suoni alla tua destra, quelli alla tua sinistra.

Quindi mappa il tuo corpo: metti la tua attenzione sui tuoi piedi, e da lì scorri con l’attenzione tutto il tuo corpo, dall’interno, ascoltando parte dopo parte del tuo corpo come ti senti, come stai, dando il buongiorno alle caviglie, alle ginocchia, e salendo su verso il bacino e tutto quello che c’è dentro, fino, al tuo cuore, da lì verso le mani, e il cuore delle tue mani, poi risalendo verso il collo, la radice della testa, il cranio e quello che c’è dentro.

Ascolta infine da dentro il tuo viso, i tuoi occhi, la tua mascella, rilasciala leggermente, in modo che non sia serrata. E ascolta qualche minuto il tuo respiro, senza modificare nulla, a occhi chiusi.

A questo punto dovresti essere sufficientemente presente e centrata, per accogliere nella tua attenzione le domande seguenti.

Leggile una ad una, e prima di passare alla successiva ascolta tutto quello che nasce nelle sensazioni del tuo corpo e del tuo cuore. Registra tutte le informazioni, sensazioni e intuizioni che ti arrivano, a occhi chiusi (così facilitiamo l’accesso a stati di coscienza più meditativi, e l’integrazione fra emisfero cerebrale destro e sinistro!).

  • Prova a pensare di mandare curriculum a società analoghe a quella dove hai lavorato finora, proponendoti per lo stesso ruolo, o per un ruolo analogo, a quello che hai finora ricoperto. Come ti senti all’idea?
  • Che sensazione ti dà immaginarti nei prossimi 20 anni in situazioni professionali analoghe?
  • Questa prospettiva sostiene la tua aspirazione alla felicità personale?
  • Supporta lo stile di vita che vuoi avere?
  • Questo sbocco professionale sostiene la crescita della tua qualità umana?
  • Sostiene la qualità che vuoi avere nelle relazioni?
  • Come questo lavoro si inserisce nella tua visione generale della vita? È in risonanza o in dissonanza?
  • Ti senti 100% te stessa in questa professione?
  • Senti cor-rispondenza (risposta del tuo cuore) ma anche cor-rispon-danza (il tuo cuore risponde danzando) alla visione di te in una situazione analoga a quella che hai vissuto professionalmente finora, per i prossimi 20 anni?

Ascolta le risposte del tuo sapere organico, della tua intelligenza primitiva, appoggiando queste domande una dopo l’altra nel tuo cuore e nel tuo corpo, e osservando quali risposte si generano.

Potresti percepire sensazioni di apertura, di chiusura, di attivazione, o di spegnimento, di chiarezza o di confusione, di oscurità o di preoccupazione.

Registra tutte le sensazioni che ti arrivano in risposta a queste domande pensando al primo scenario: tu per altri 20 anni in situazione analoga a quella che hai vissuto finora.

Il cuore ci dà un sacco di informazioni, se solo lo ascoltiamo!

È in realtà il nostro principale organo di senso (senso come sensazione, come significato e come direzione) e cognizione: quasi la metà del tessuto del cuore è tessuto nervoso, e il suo campo elettromagnetico è il più forte dell’intero corpo umano. Ne parlo estesamente nella quarta puntata del percorso Primitivo in 7 Giorni (se non sei ancora iscritta, fallo subito, è gratis! E per 7 giorni ti accompagno a sviluppare la tua intelligenza primitiva, con pratiche che poi puoi praticare da sola quotidianamente, anche a casa, o in ufficio, o in bus mentre vai al lavoro! QUI più info).

2)     Ascoltare la tua visione ideale

Quando hai terminato con le domande di prima, ti invito a porgerti queste nuove domande – datti anche in questo caso il tempo di far emergere le risposte attraverso l’ascolto, lasciando che si manifestino sensazioni immagini, intuizioni, emozioni:

  • Quale è il mio stile di vita ideale?
  • Cosa sogno di fare da mattina a sera?
  • Come vorrei che fosse composta e organizzata la mia giornata?
  • A quali attività vorrei dedicare il mio tempo nell’arco della giornata?
  • Che persone vorrei avere intorno?
  • Quale ambiente di lavoro mi farebbe sentire bene, che tipo di persone, colleghi o collaboratori?
  • Quali emozioni e sensazioni vorrei avere di me, nell’arco della mia giornata?

Con gli occhi chiusi, sogna e immagina questa situazione di vita.

Questa pratica è una delle prime che propongo nell’ambito del percorso “Genio nativo”, nell’ambito della costruzione della propria visione personale di cosa sia il successo e la realizzazione personale e professionale. È la tappa fondamentale iniziale per capire cosa sogno, quale è il punto di arrivo di ciò che voglio realizzare con il mio lavoro.

Senza sapere cosa desideriamo profondamente, come possiamo mettere in ordine le nostre energie e i nostri slanci, e mandare un chiaro segnale a noi stessi della strada su cui vogliamo iniziare a mettere i piedi?

Se siamo chiari con noi stessi, mandiamo un segnale chiaro e forte anche alla vita, e la vita poi risponde! (ti è piaciuta questa frase? Twittala subito cliccando qui!)

Almeno, questa è la mia esperienza.

Più ci fidiamo del movimento della vita, più diventiamo capaci di danzarlo, più la vita ci fa danzare.

Bisogna avere però chiara la nostra intenzione.

Quindi scrivi questo tuo sogno di stile di vita ideale, come passo iniziale per poi mettere in relazione questa tua visione ideale di te, con il tipo di lavoro che ti potrebbe aiutare a realizzarla.

3)     Ascoltare chi sei e cosa hai

Ora sei pronta per l’ultimo step che ti propongo: ascoltare tutto ciò che si muove dentro di te ora.

Come prima, appoggia dolcemente questa domande nella tua attenzione:

  • Quali sono le tue passioni?
  • Cosa ti viene facile?
  • Cosa impari velocemente?
  • Quali capacità ti riconoscono maggiormente le persone intorno a te? Per cosa generalmente chiedono il tuo aiuto? Su quali punti forti tuoi sanno di poter contare?
  • Cosa ami di te stessa?
  • Quali doni hai ricevuti dai tuoi genitori o dai tuoi parenti, in termini di attitudini, capacità e predisposizioni?
  • Per quale tipo di attività ti senti più portata?
  • Quali ambienti di lavoro ami? Che caratteristiche deve avere l’ambiente di lavoro deve senti che ciò che tu sei può venire accolto e onorato ed espresso in pieno?
  • Quali esperienze professionali hai finora accumulato? Quali sono state più profonde e quali più superficiali?
  • Quali competenze professionali hai costruito finora con il lavoro che hai fatto? mappale una ad una, su un foglio grande, evidenziando in modo speciale le competenze che ami di più fra quelle che hai e che hai conquistato, e quelle su cui vuoi puntare ora per il tuo futuro, quelle competenze che vuoi assolutamente usare, amplificare, potenziare (come dici tu, eventualmente attraverso qualche formazione mirata a farle sbocciare pienamente) e portare a maturazione con te.

Ascolta le tue risposte a queste domande, e prendi appunto su tutto.

Marcus Buckingam ha scritto un libro che consiglio a tutti: “Now, discover your strengths!”.

Il libro si basa sul concetto che lavorano meglio, con più efficienza, risultati e soddisfazione personale, le persone che nel loro lavoro usano i propri talenti, anziché le persone che cercano di migliorare i propri punti deboli.

E la spia dei nostri talenti è costituita da quanto ci viene facile, spontaneo, naturale, veloce, piacevole.

Quando un’attività ci riesce spontaneamente bene e senza fatica, lì c’è un nostro talento all’opera.

Il mio mentore Jon Young direbbe che “sono nel mio progetto originario”, sono nella mia natura, sto usando il mio Genio Nativo, per dirlo alla Diana!

Ognuno di noi ha il proprio genio nativo, che è un termine che io adoro, anzitutto perché è direttamente connesso con la nostra storia antica (il termine affonda nel mondo greco-romano), e poi perché ha risvolti di significato profondi e illuminanti (ma a questo magari dedico un prossimo articolo di approfondimento!).

Fra l’altro per chi acquista il libro “Discover your strengths” è incluso il test gratuito online per individuare le proprie 5 forze naturali (il test si può fare anche a prescindere dal libro, comunque, acquistandolo per 10$ dal sito web del libro, qui: http://bit.ly/IP-strengthsfinder).

È importante scrivere perché buttando giù tutto (senza censure o ripensamenti in questa fase, giù tutto così come ti viene! Sistemerai poi successivamente) mettiamo in chiaro il groviglio di sensazioni che spesso abbiamo dentro di noi ma che non cogliamo mai in modo dettagliato.

Spesso le persone con cui lavoro quando fanno la Mappa dei propri talenti (è la seconda puntata del percorso Genio Nativo! Se vuoi saperne di più, vai qui: http://bit.ly/genionativo) si rendono conto di avere in se stesse giacimenti di risorse e di unicità che prima neppure realizzavano!

Essere consapevoli dei propri “superpoteri”, come li chiamo io scherzosamente, delle proprie unicità, di quel colore unico che noi abbiamo, ci dà molta più fiducia e coraggio nel portarlo davvero fuori, nel mondo, per contribuire al suo grande dipinto. (ti è piaciuta questa frase? Twittala subito cliccando qui!)

Se non lo facciamo, al mondo mancherà il nostro colore! Per questo, prendersi in mano, coltivarsi e darsi strumenti per manifestare in pieno il proprio potenziale fino a fiorirlo, è un gesto non egoistico ma altruistico.

4)     Attivare la fiducia.

L’invito di questa ultima pratica è il seguente:

Ascolta le risposte alle ultime domande, quelle del punto 3, e mettile in relazione con la tua visione ideale di te, su cui abbiamo lavorato al punto 2.

Prova a collocare le tue passioni, le tue competenze cuore, i tuoi doni, le tue predisposizioni, all’interno della tua visione ideale, del tuo stile di vita ideale, del tuo ambiente lavorativo ideale.

Costruisci il collegamento fra il cuore del cuore di quello che sei e quello che vuoi avere intorno.

  • Come ti immagini che sia un lavoro in cui portare il cuore del cuore di ciò che sei?
  • Cosa faresti?
  • Chi sarebbe vicino a te?
  • Come vivresti il tuo tempo?
  • Che rapporto avresti con te stessa, con chi ti circonda?
  • Quale ponte di collegamento ti immagini fra ciò che sei stata finora, ciò che sei ora nella tua ricchezza attuale ma anche potenziale?
  • Dove senti che il tuo cuore e tutto di te si volgerebbe volentieri, ora, professionalmente?

E a questo punto puoi trovare tu stessa ulteriori domande germinative, che ti aiutino a focalizzare la strada professionale verso cui orientare il tuo passo.

Importante: non è necessario trovare ora tutte le risposte!

Queste domande sono germinative, cioè sono appunto dei germi, che hanno bisogno di tempo per svilupparsi, e portarti le risposte.

È importante però darti forte l’intenzione di ricevere input, segnali, informazioni e indicazioni, che ci arrivano sempre copiosi quando ci mettiamo in ascolto con l’intenzione di trovare.

Questa è la parte più difficile: si tratta di lasciar andare il controllo, il bisogno di risposte subito, e allargare l’attenzione ad abbracciare la nostra quotidianità, e il nostro sentire, lasciando che entrambi ci manifestino la strada in cui stare bene, ora, con quello che siamo, con quello che abbiamo, e con quello che finora abbiamo capito della vita e di noi stessi.

Aspetto di sapere cosa troverai, Daniela, in queste tue esperienze di ascolto, se vorrai praticarle.

Sai, io non credo che nessuno abbia delle ricette da dare che siano valide per tutti.

Ma penso che le domande che ho posto in questo articolo possano portare risposte a tutti, ognuno per sé, perché ognuno ha già dentro di sé le risposte che cerca.

Basta solo darsi lo spazio e il tempo e l’ascolto per lasciarle emergere.

Cosa ne pensi Daniela? e Cosa ne pensate tutti?

Scrivetelo nei commenti qui sotto, oppure su Facebook (nella pagina di Intelligenza Primitiva), oppure a me personalmente via email.

Condividere pensieri ed esperienze è importante perché crea possibilità di rispecchiamento, riconoscimento e risonanza di cui tutti ci possiamo avvantaggiare, per usare l’esperienza e le idee degli altri per migliorare il nostro modo di stare al modo.

Team Power semper!

A disposizione,

Diana vostra.

Il codista: quando l’ascolto ti fa inventare un lavoro.

Lavorava da 3 anni come responsabile commerciale di una società di abbigliamento, che ha deciso di chiudere in Italia e trasferirsi all’estero. Così Giovanni Cafaro di Milano si ritrova senza lavoro a 42 anni.

Il primo codista d’Italia!

500 curriculum inviati ad altrettante società in cerca di un nuovo lavoro coerente con la sua esperienza in marketing e la sua laurea in scienze della comunicazione: “No grazie, troppo qualificato, non sapremmo darle una posizione adeguata….”.

E anziché riconoscersi nella storia di vittimismo, sfiducia e pessimismo di tante persone colpite dalla crisi, decide di fidarsi di una brillante intuizione, e affidarsi completamente allo slancio imprenditoriale che ne è nato.

“Ero in coda alle Poste, e ho notato che tutte le persone intorno a me erano scontente e nervose, per i lunghi tempi di attesa in coda. Ho pensato che poteva diventare un lavoro!”.

Non ha permesso che la razionalità smontasse quella che poi si è rivelata una brillante intuizione: Giovanni si è messo in ASCOLTO delle persone e del mondo intorno a lui, è entrato in RISONANZA con una specifica onda (la scontentezza per le lunghe code agli sportelli pubblici!), ha INTERCETTATO un bisogno non manifesto e lo ha trasformato in un nuovo mercato, cui nessuno prima aveva mai pensato (INNOVAZIONE DI PRODOTTO e RIVOLUZIONE DI PENSIERO).

A quel punto poteva smontare la sua intuizione con la solita marea di dubbi che la nostra razionalità ci mette davanti: la gente riderà di me? Ma dai, dopotutto che lavoro è?! E poi funzionerà davvero? Macché! Giovanni è andato avanti e con FIDUCIA e CORAGGIO si è rimboccato le maniche e CI HA PROVATO.

Ha attivato il suo SPIRITO D’INIZIATIVA, creato, stampato e distribuito un semplice volantino (ma con una frase efficace: “La tua coda allo sportello? Da oggi la prendo io!” Geniale!) distribuendolo personalmente in mano alle persone in coda in diversi uffici pubblici. E poi ha aspettato che il telefono squillasse.

Era il 10 di Gennaio. 2 giorni dopo Giovanni era già in coda per i primi 2 clienti, il 31 di Gennaio era già protagonista dei principali mezzi di comunicazione internazionali: BBC, The Guardian, Le Figaro, Le Monde, e poi la tv spagnola, olandese e così via, inclusi naturalmente tutti i quotidiani, le televisioni e le radio italiane.

Era nata un’onda che ha permesso all’idea di Giovanni di generare cerchi di RISONANZA nel mondo, contagiando le masse di entusiasmo per la sua trovata.

“Ho trovato un modo per reinventare me stesso”, mi dice Giovanni con l’entusiasmo di un avventuriero, “trasformando una consuetudine (stare in coda per sbrigare pratiche) in un lavoro. Ho pensato che le persone avrebbero anche potuto ridermi dietro… ma ho scelto di fregarmene e seguire la mia intuizione… a volte lasciamo in un cassetto le nostre brillanti idee su ciò che potremmo fare nella vita, ma è un errore: le nostre intuizioni potrebbero davvero cambiarci la vita e il nostro modo di lavorare se solo le ascoltassimo e ci fidassimo di noi stessi”.

Quali sono le competenze più importanti che deve avere un codista?

“Onestà, trasparenza e calma sono caratteristiche personali fondamentali, mentre la professionalità di un codista è fatta di organizzazione (scegliere gli orari e i giorni migliori in cui sbrigare certe pratiche

permette di risparmiare tempo e gestire con efficienza la propria giornata lavorativa) e preparazione: è importante raccogliere informazioni su pratiche e procedure da portare avanti, un lavoro preventivo che ci fa poi risparmiare tempo e muovere con sicurezza nel mare magnum della burocrazia”.

E ora cosa sogni?

“Vorrei che il lavoro prendesse talmente piede da poter aprire un’agenzia, e permettere anche ad altri di fare questo lavoro, in tutta Italia e anche all’estero”.

Insomma: pronto a colonizzare il mondo con la sua idea!

Cosa impariamo da questa fantastica storia?

  • Se perdi il lavoro non piangerti addosso, attiva invece il tuo radar, mettiti in ascolto del mondo e lascia che ti guidi a trovare una nuova idea di lavoro!
  • Attivare la nostra capacità di mantenerci curiosi con la vita, in ascolto e risonanza, ci permette di intercettare i segnali più deboli di ciò che ci circonda e trasformarli in nuove entusiasmanti idee imprenditoriali!
  • Fidarsi del nostro intuito e credere in noi stessi funziona: se sentiamo che è la strada giusta, che ci apre il cuore e il pensiero, dubbi e paure razionali possono anche stare fuori dalla porta!

Grande Giovanni!

Fra un anno sappi che ribusso alla tua porta: voglio sapere come sono andati i primi 12 mesi della tua vita da codista!

Intanto se volete saperne di più, visitate il suo sito web www.giovannicafarocodista.it

pronto per la prossima coda… magari la tua?!